mercoledì, 18 giugno 2008 - 20:09
Esce «Mani nude» della veronese Paola Barbato, sceneggiatrice di Dylan Dog. La storia allucinata di Davide, catturato a un rave party per diventare lottatore
 
E’ un incubo reale che si mescola a leggende metropolitane: ogni anno decine di persone sono inghiottite dal nulla e diventano gladiatori moderni che si battono all’ultimo sangue per il piacere (e per le tasche) di sadici con il colletto bianco. Dai combattimenti clandestini fra cani a quelli fra persone. I clan comunque li chiamano «cani» anche se persone. Dopo il sorprendente esordio nella narrativa con Bilico, Paola Barbato, veronese d’adozione e sceneggiatrice di Dylan Dog, pubblica di nuovo per Rizzoli un romanzo forte, destinato a far discutere: Mani nude. Davide Bergamaschi ha sedici anni, occhi dolci d’adolescente ma un corpo da adulto. Famiglia bene, sogni di ragazzo e destino mozzafiato. Una sera con un gruppo di amici decide di provare il brivido di un rave party: periferie desolate di un nord grigio, canne a volontà e una birra che tira l’altra. Sequestrato da un’organizzazione criminale, il ragazzo precipita all’inferno. Rinchiuso in un container, scopre che nel buio c’è un avversario che vuole ucciderlo. Davide si difende, lotta per sopravvivere e scopre una legge quanto antica tanto feroce: o uccidi o vieni ucciso.
        Paola Barbato ha il dono di una scrittura che nasce dalle immagini. Quadri a tinte colpevoli si mescolano a pennellate d’innocenza. Nel calderone dell’umanità, ammonisce Kurt Vonnegut, gli uomini vivono lungo il confine di una violenza animalesca. Confessa l’autrice: «Io sono animalista convinta. Questo è lo spunto per Mani nude. I combattimenti fra cani sono atroci. Paradossalmente, avrei preferito due uomini che si sbranano a cani che soccombono. L’ambiente aberrante che descrivo nel romanzo è l’espressione della società contemporanea. Forse, -ragiona la scrittrice- c’è qualcosa di innato in noi, d’impronta bestiale, che può esplodere all’improvviso, come nella strage di Erba. Il romanzo? La storia di Davide in sé rappresenta un inno all’innocenza. E’ un ragazzo digiuno di violenza che scopre di essere un assassino».
        Eppure la trama offre spunti di possibile redenzione. Oltre ai cani su due gambe che lottano per vivere e scrutano giornate tutte uguali in uno scantinato nell’attesa del prossimo combattimento, nelle pagine si muovono personaggi comunque dotati di slanci d’affetto: il lottatore Rafaelo, Zeus, il modello da emulare, Fester il gigante, Minuto il boss con un passato da sicario che «adotta» Davide per educarlo al male. Born to killer, Nati per uccidere non è solo un film che ha fatto epoca. E’ lo spaccato di una modernità dove, secondo Paola Barbato, la violenza diventa normalità. Così Davide si trasforma in Batiza, nome d’arena che esprime il più feroce degli assassini.
        Romanzo quasi surreale per i ghirigori di sangue e atrocità che lascia nel lettore, si distingue per lo stile asciutto, senza orpelli retorici. La trama viaggia sulle gambe di Davide-Batiza, sospeso fra il passato di ragazzo immune da violenza e il presente di numero uno nel corpo a corpo che non lascia prigionieri. Uno dei passaggi più forti del romanzo: «Dopo 1442 giorni, un centinaio di omicidi alle spalle e la perdita di ogni inibizione o moralità –scrive la Barbato- di Davide Bergamaschi non sarà rimasto più niente». Le regole dei combattimenti clandestini fra uomini, sono riassunte in una massima del passato che vale anche oggi. Secondo la scrittrice la formula è disarmante: «Ci sono degli incontri, uno vince, uno perde, chi perde muore. La scelta è tua. Sempre che il tuo avversario non scelga per te». Agghiaccianti le leve di fondo che muovono i combattimenti. La Barbato riesce a tracciare contesti, personaggi e riflessioni talmente verosimili, che sembrano lì, sotto gli occhi di una società distratta che scopre l’orrore solo quando ci precipita addosso. Così la scrittrice: «Soldi, ma non solo. Batiza capì che la posta in gioco era un’altra, per quella gente i soldi non avevano più valore, erano scontati. Giocavano per il gusto del rischio, dell’azzardo (…) Uccise l’avversario lentamente, con metodo, perché potessero gustarselo come aveva ordinato Minuto.». I cattivi maestri esistono, da sempre. Ma a volte l’allievo è più cattivo. Come Davide Bergamaschi, alias Batiza.


Massimiliano Melilli - Corriere della Sera - Corriere di Verona
Paola Barbato - Mani nude
in: positive, pubbliche
commenti (popup) | commenti
Commenti