In «Mani nude» di Paola Barbato si combatte per la sopravvivenza. Fra la crudezza di Chuck Palahniuk e l’ironia di Edward Bunker
Sopravvivere. Contare i colpi. Imparare a misurare il dolore. Due. Ancora un colpo in pieno petto. Quattro. Tre passi veloci indietro e una carica a testa bassa. Tre, due, due. Il sinistro è più debole. Un colpo alla pancia, uno al ginocchio, una testata in faccia. Questo è da sei. Si prese due secondi pi centrò le orbite. Nove, vabbè otto e mezzo.
Paola Barbato è ancora giovane, trentacinque anni o giù di lì. E’ una sceneggiatrice di fumetti. Il suo eroe è Dylan Dog. E’ lei il vero alter ego di Tiziano Sclavi e il suo orrore va alla radice dell’uomo: «Ho tolto al delitto l’aura di mistero che tende a distaccare il lettore. Avere un contatto con la morte spogliandola di tutta la sua simbologia (come fosse carne appesa in un macello). Poi ci si abitua alla morte e si mette in primo piano le crudeltà reali. Qualcuno paragona la sua scrittura alle pagine più crude di Chuck Palahniuk, altri ci leggono l’ironia disincantata delle memorie di Edward Bunker. I suoi personaggi sono il distillato di laboratorio di ceffi e galeotti, assassini e anime innocenti, incontrati in Come una bestia feroce. Quello di Bunker è racconto di strada, la Barbato è più metafisica. Ma attenzione: tutti e due odorano di verità.
La storia che racconta è il delirio della condizione umana: Mani nude. Questa violenza assurda, lontana, animale, sembra fuori orbita. Ma è più vicina di quanto non si possa immaginare. C’è un’organizzazione criminale che fa combattere gli uomini, a mani nude, come se fossero cani. Senza pietà, fino alla morte. Incontri clandestini, in discariche industriali, dove si scommette su chi dei due resterà in piedi. Non sono gladiatori, ma qualcosa di peggio. Killer animali, bestie che mantengono fredda la rabbia e non si interrogano su che cosa sia la pietà, l’identità umana, il senso della vita, il futuro.
Sono uomini nello stato più grezzo, amorale. Nulla, per la verità, che non si sia già visto, troppe volte, ieri, l’altroieri, nel passato recente e in quello remoto. Paola Barbato racconta e tutto sembra orrore inverosimile, irreale. Racconta ancora e la sua storia ti appare più vicina. Finisce di raccontare e tutto ciò che hai visto ti sembra terribilmente normale. Ti sembra normale cercare il rispetto dei tuoi compagni di cattività, normale la competizione, l’occhio con cui guardi il tuo nemico, l’orgoglio della vittoria, quell’essere spietato, matematico, nelle scelte che ti portano a neutralizzare l’ostacolo umano che trovi davanti a te. E’ l’uomo per quello che è, come lo vedi alla fine della vita. E se tu vai avanti è solo perché conosci la misura del dolore. Il tuo cuore è più forte, spietato. La tua capacità d’incassare è ciò che ti rende un fuoriclasse. Non devi lasciarti dominare dalla paura. Non devi mai arrenderti. Nessuna fiducia per nessuno. Non per il tuo maestro. Non per il tuo padrone. Un cane si fida. Un uomo che uccide a mani nude no.
«Ora sembrano veri e propri incontri clandestini, di quelli che si vedono al cinema, con la gente che urla, scommette e incita il proprio uomo. Dopo un anno una parte del suo cervello si era intorpidita, adattata, abituata all’idea di dare la morte. Il resto era una questione matematica, di calcolo, di sopportazione, di sfruttamento delle opportunità». E’ quello che pensano i killer ragazzini nelle strade di Napoli o Palermo. E’ la realtà della guerra e della guerriglia. E’ il terrorista che vede nella vittima solo un simbolo o una divisa. Ma è in fondo quella cattiveria atavica, quello spirito di sopravvivenza, che si porta nell’anima ogni uomo. E’ lo sguardo di odio che hai verso il collega d’ufficio o il passeggero che si muove con te nello spazio chiuso di una metropolitana. E’ il prossimo tuo, quando lo detesti. L’unica differenza è il libero arbitrio. L’uomo sceglie, sempre. E chi uccide è comunque un assassino.
Vittorio Macioce per "Il Giornale"