lunedì, 15 dicembre 2008 - 08:42
Italia. 3 luglio di quattro anni fa. Davide Bergamaschi, alto robusto bello e biondo,
infantile lentigginoso, padre notaio madre apprensiva sorella tranquilla, si fa trascinare dagli amici al rave per festeggiare il sedicesimo compleanno. Viene rapito e messo nel retro buio di un camion. C’è un altro. Chi sopravvive scende. Lo tengono in uno scantinato con altri di varia età nelle stesse condizioni, piange spesso, ogni tanto lo rimettono sul camion, scende sempre, impara ad ammazzare a corpo libero, diventa Batiza (pupetto, in serbo), sale di grado (i camion erano allenamento), trasloca nello stanzone, cresce, combatte in pubblico, festeggia altri compleanni, si svergina, violenta. Un dolce vecchietto, scuro di carnagione e brizzolato, robusto aggraziato, soprassiede al rapimento, all’inizio lo disseta e gli parla senza spiegare nulla, poi lo prende in cura, gli insegna tecniche e trucchi, lo induce a nuovi crudeli servigi pagati, il Maestro e l’Allievo. Si fa chiamare Minuto (quando lottava aspettava sessanta secondi prima del colpo di grazia), è rispettato da tutti, finché confligge con altri capi. Fra i due è maturato un legame, Minuto viene rimesso a combattere, fuggono insieme. Doppia latitanza. I cattivi li seguono ovunque, in trucidi modi inducono a partecipare ad uno scontro finale fra i migliori dal quale esca vivo uno solo. Forse. Ottima seconda prova per la trentasettenne sceneggiatrice Paola Barbato (“Mani nude”, Rizzoli 2008, pag. 431 euro 19), in terza sul ragazzo, sorprendente e terribile senza indugi e indulgenze. Chi vince sceglie la Mac-cena. Musica di conseguenza.


Valerio Calzolaio, giurato del "Premio Scerbanenco", per "Salvagente"
 
 
 
Paola Barbato - Mani nude
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domenica, 16 novembre 2008 - 22:16

"Ho odiato Paola Barbato. Ma procediamo con ordine. Non sono un critico letterario. Non so dire se Mani Nude (anche se ormai preferisco chiamarlo Batiza) sia scritto in modo corretto o se sia realistico, nelle ambientazioni o nei combattimenti. Sono un lettore e quello che posso affermare con certezza è questo: mi è piaciuto, e mi ha preso e scosso come poche cose nella mia vita. Mi ha lasciato un segno che mi porterò dietro, insieme a Batiza e Minuto.
L'ho comprato sulla fiducia -dopo i vari dyd e Bilico, divorato in un giorno- e questa fiducia è stata prima ripagata, poi superata. Poi surclassata. L'ho finito a notte fonda, il giorno stesso dell'acquisto e, mentre le pagine correvano, ero triste ed ero felice. Volevo essere partecipe della sorte di Davide -e di Batiza poi-, di Minuto (ah, Minuto!) e degli altri. Ma non volevo che il libro -il sogno, la magia- finisse. Alla penultima pagina ero esausto, svuotato come se avessi vissuto e combattuto al loro fianco. E in ansia per la sorte del mentore/padre. All'utlima (che ho riletto più e più volte, verificando se non si fossero incollate delle pagine o se mancassero del tutto) ero sbigottito, incredulo e arrabbiato. Sì perché, come detto nell'incipit (e mi è successo anche per Bilico), un po' ho odiato Paola Barbato. Perché ha fatto passare le pene dell'inferno a quelle persone (non più personaggi) a cui mi sono legato in un modo che mi ha sorpreso, anche se mi rendo conto che è così che doveva andare.
In conclusione, un libro che è capace di questo (e di tanto altro, ma mi dilungherei troppo), va letto. Può piacere o meno, ma dategliene la possibilità: vi colpirà con un 9 al cuore.


Antonino Di Domizio"

Paola Barbato - Mani nude
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domenica, 16 novembre 2008 - 22:11

Mani Nude è un romanzo scritto da Paola Barbato, penna di Dylan Dog.



È un romanzo che suggerisce alla mia mente alcuni aggettivi.
Disturbante.
Citazionista (si, lo so, è un aggettivo orribile, ma la mia mente non è schizzinosa).
Ammaliante.



Disturbante perché per tutta la sua durata si deve combattere contro una morsa allo stomaco. E non perché sia un libro particolarmente violento,anche se parla di violenza.
No.
È disturbante perché porta a guardare dentro il lato sbagliato dell'animo umano.
Costringe a farci i conti. Ci obbliga a considerare il nostro lato socialmente scorretto, cattivo, come un'eventualità verosimile.



Citazionista perché al suo interno riecheggiano sia il colto suggerimento shakesperiano che la triste moda televisiva dei reality show. La porta rossa attraversata spesso dai protagonisti ci porta dentro un affascinante Grande Fratello a eliminazione fisica (che era anche lo spunto iniziale per un mio pseudo testo teatrale, mai finito, ormai destinato al cestino) che aiuta a rendere ancor più caustica l'atmosfera del romanzo.



Ammaliante perché parla del male e di affetti veri, del dolore e dell'amore, e ci costringe a non mollare il libro fino al beffardo finale.
E poi perché utilizza un linguaggio misurato e una prosa secca, con stacchi cinematografici che si inseriscono alla perfezione nell'ininterrotto flusso della narrazione.



Per dare un'idea, ecco la descrizione di un personaggio, tanto sintetica quanto esauriente: “Zeus era l'esatto contrario del superfluo. Era un uomo d'essenza, di sostanza.” (pag.115)



Consigliato.



Andrea Pau

Paola Barbato - Mani nude
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martedì, 23 settembre 2008 - 10:48

Ho un'amica che se se leggesse Mani nude non uscirebbe mai di più di casa. Scherzi a parte, questo libro è eccezionale, non credo di aver mai letto niente di così crudo e devastante. L'ultima pagina è stato il classico colpo che ti manda definitivamente KO (tanto per rimanere in tema).
Non c'è che dire. Paola Barbato sa scrivere, e lo sa fare dannatamente bene, miscelando un cinismo incredibile con uno humor nero che fa quasi paura e sembra farti perdere ogni fiducia nel nostro mondo.
Gia Bilico mi era piaciuto moltissimo, ma con Mani nude si sfiora la perfezione. Forse, l'unico neo sta proprio nei combattimenti a volte parecchio irrealistici, ma comunque pieni di phatos ed estremamente coinvolgenti.
Per concludere, il mio giudizio non può che essere positivo.
E pensare che se non avessi letto Dylan Dog magari non avrei mai sentito parlare della Barbato e dei suoi libri.
Ma....i casi della vita!



Federico Pergolini

Paola Barbato - Mani nude
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martedì, 05 agosto 2008 - 11:09

Non ci sono parole per descrivere… l’Orrore… Così, parafrasando Apocalypse Now e Conrad, inizio e tralascio un po’ di cose. Tralascio tutto quello che si è già detto e quello che non si vuole dire o che non è concesso dire. Sto abbottonato su luoghi, nomi, situazioni per evitare di anticipare a chiunque stia per iniziare a leggere Mani nude. Vorrei tanto che ogni potenziale lettore si potesse avvicinare a questo libro come ho fatto io: totalmente senza protezioni, senza saperne il contenuto, non leggendone nemmeno la quarta di copertina. Conoscevo solo l’autrice. Ho letto quasi tutti i suoi Dylan Dog e, credo, quasi tutti i racconti e romanzi. Dico “quasi tutti” perché spero ci sia ancora qualcosa da leggere. Conoscevo da lettore solo Paola e mi sono fidato. Ho fatto bene. Così tralascio e scrivo solo le emozioni e le suggestioni che questa lettura mi ha procurato. Le generazioni cambiano e sempre di più si allontanano dal contatto e dallo scontro fisico. Faccio una precisazione: “il piacere e l’estetica dello scontro fisco” citando lo scrittore punk Marco Philopat in Costretti a sanguinare. Lui parlava di scontro con le forze dell’ordine e col nemico di classe. Io parlo di scontro col tuo avversario in genere. Non esiste più lo scontro fisico come soluzione ai problemi, o meglio, esiste meno anche solo rispetto a quando ero piccolo io. Lo scontro fisico, più o meno letale, esiste solo nelle zone di conflitto, più o meno note al mondo, più o meno estese geograficamente. Per “zona di conflitto” considero tutto: dagli scenari di guerra del Medio Oriente, al quartiere controllato dalla malavita, allo scantinato dove si consumano orrori simili a quelli di Mani nude. In buona sostanza, generalmente, le persone sono sì diventate molto più aggressive, ma non si va oltre lo spintone o l’insulto fondamentalmente per paura delle conseguenze. Non esiste però la “sana e virile” cultura del “venire alle mani”, si passa subito alla micro e temporanea zona di conflitto. La cronaca nera ci racconta così di situazioni apparentemente tranquille, che si trasformano in temporanei teatri di guerra o massacri nascosti. Sto parlano di una sorta di TAZ della violenza, parafrasando Akim Bay. Le TAZ sono delle Zone geografiche Autogestite Temporaneamente, più o meno legali, prima di uno scioglimento autonomo o voluto da cause esterne. TAZ sono i rave, i temporary shop, i raduni… anche gli stessi incontri all’ultimo sangue narrati nel libro di Paola sono delle TAZ. Insomma, o c’è l’insulto e l’aggressione verbale della durata di massimo 5 minuti o c’è il bagno di sangue contenuto in un breve enclave di violenza. Non c’è più una verosimile via di mezzo, come quattro pugni in faccia e un passante o al massimo un vigile che divide. Questo perché? Perché oggi, per paure sociali o sanitarie, la maggior parte delle persone evita il contatto fisico. E non dimentichiamo che uno dei papabili titoli del libro era Contatto. Così veniamo alla parte estrema della mia recensione. A Davide Bergamaschi vengono offerte due possibilità uniche, irripetibili, di cui pochi della sua generazione hanno potuto usufruire: affrancarsi in maniera estrema dalla propria famiglia e la possibilità dello scontro fisico. Nella prima fase di ribellione adolescenziale, introversa e scostante, avevo l’abitudine controcorrente di vestirmi in maniera estremamente elegante. Mi accingevo ad affrontare la mia prima manifestazione e per me era come la prima campagna militare. Mio padre, forte delle sue esperienze passate, mi fermò sulla porta e mi obbligò, se proprio non c’era nulla che mi facesse andare a scuola quella mattina, almeno a vestirmi in una maniere sportiva o per lo meno strategica per star pronto a scappare nel caso la polizia avesse caricato. Non successe nulla. Non è successo nulla fino al luglio del 2001. Ora con tenerezza vedo i ragazzi dell’età di Davide Bergamaschi che vanno in manifestazione. Hanno tutti quegli stupidi pantaloni over sized e delle scarpe da skate con una suola di almeno 3 cm. Mi chiedo. Che possibilità di vittoria in uno scontro fisico o per lo meno di fuga si potrà mai avere vestiti in quel modo così scomodo? Questo può sembrare un dettaglio, ma è a mio avviso abbastanza esplicativo di come la generazione di Davide si accinge alla battaglia. Così da questo mondo di bambagia, da questo ventre molle dell’occidente, da questa dimensione mediata solo da interfaccia, Davide viene prelevato e buttato in un vero e proprio esperimento sociale in cui il ragazzo potrà assaporare quello che almeno da quattro generazioni italiane non si vive sulla propria pelle: la lotta per la sopravvivenza. Davide viene proiettato in una dimensione parallela, in una zona grigia come i lager nazisti o l’ostello di Eli Roth. Un (non)luogo assolutamente verosimile e tragicamente possibile, in cui vige una sola regola: l’essenziale. L’essenziale per sopravvivere. Tutto il resto è un orpello. Dormire, mangiare, lavarsi, vestirsi quanto basta per coprirsi e, se sopravvivi, per portare avanti un personaggio. La sessualità è solo un biologico ed autoerotico sfogo, oppure è un atto di violenza capitalizzato dalle telecamere o da un pubblico pagante. La riproduzione per quelli dello scantinato o dello stanzone come Davide non è prevista. Come gladiatori e schiavi nell’antica Roma non possono avere una progenie. Ogni elemento quotidiano ha una sola finalità: sopravvivere al combattimento. La matematica è per contare i colpi e valutarne l’intensità. Il ballo non è che una tecnica da sfruttare nel combattimento. La musica. In questo libro niente musica o solo musica sbagliata, proprio come scrive Paola. Niente musica. <> dice Bud Spencer in Uno sceriffo extraterrestre. Il mondo di Mani nude è un mondo senza musica. Forse solo con questa frase lapidaria si potrebbe recensire questo diabolico libro. O solo musica sbagliata. Nei mesi scorsi ho letto su questo blog la musica che ascoltava Paola mentre scriveva Mani nude. Veramente sbagliata, escludendo Morricone. La mia colonna sonora da lettore era: Suondgarden, Joy Division e appena concludete il romanzo ascoltate subito L’assenzio dei Bluvertigo e Amused to death di Roger Waters. Mani nude mi è rimasto addosso e solo con altre tre opere ho provato la stessa strana sensazione, il terrore e il morboso piacere di andare avanti: La filosofia nel boudoir di De Sade, Le 11.000 verghe di Apollinare e Salò di Pasolini. Era molto tempo che non leggevo qualcosa di così forte ed estremo. Poi arrivo all’ultimo capitolo e per sbaglio incappo nella foto di Paola. Mi ero dimenticato della foto. Mi ero dimenticato di Paola. Un sorriso provocatorio, ma che allo stesso tempo ti ricorda che stai leggendo un libro, un libro che parla di un gioco, di quanto Paola si è divertita a scrivere e di quanto noi lettori ci siamo divertiti. Parafrasando Enrico Ghezzi in una recensione a proposito del sorriso finale di Takeshi Kitano in Furyo di Oshima (altro esperimento sociale, altro violento gioco di abusi fisici e psicologici), il sorriso di Paola squarciava l’oscurità, per poi fartici ripiombare subito dentro. Che altro dire? Questo libro ha semplicemente risvegliato una delle mie peggiori paure infantili: quello di essere strappato alla mia famiglia e dimenticato. Raramente un libro mi è rimasto così addosso e così spesso è venuto a trovarmi nel sonno. Così ora provo un terribile sentimento. L’invidia. Invidio due persone. La prima: chiunque stia per iniziare questo libro per la prima volta. La seconda. La seconda è un segreto e forse quella persona lo sa. Per quella dannata persona sto già contando.



Stefano A. Giulidori

Paola Barbato - Mani nude
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giovedì, 31 luglio 2008 - 22:12

L'avevo vista solo su Dylan Dog, la copertina del nuovo romanzo di Paola Barbato. Avevo adorato "Bilico" e, pur essendo grato a Paola per l'opera di violenza e d'amore che aveva compiuto sull' Indagatore negli ultimi anni, mi ero completamente dimenticato che di lì a poco avrei trovato in edicola " Mani nude". Ed eccolo lì. Copertina rigida, dall' aspetto un over-cinquecentopagine, sette chili e due. Lo pago, esco. Prendo atto che la foto di copertina è un po' puerile, e neanche il titolo mi sembra molto brillante. La storia riassunta nel frontespizio sembra fare di tutto per convincere il lettore che il libro che ha per le mani è la brutta copia di Fight Club. Mi domando ancora una volta perchè sul frontespizio dei libri non mettano un bel sudoku, invece di scrivere bestialità, e maledico la casa editrice. Ricordo che anche il suo primo libro era afflitto da un frontespizio scritto da qualcuno che sembrava non avere letto oltre pagina ventitré.
Io però sono fortunato: ho letto " Bilico" e so che la Barbato è una scrittrice grandiosa: non solo possiede tecnica narrativa, non solo non sbaglia gli apostrofi e i congiuntivi, ma ha anche idee vive e originali.  Quindi ho portato il libro a casa, l'ho letto in una nottata e mi ha sconvolto: è raro trovare un oggetto inanimato, economico, perfettamente legale e non sotto forma di polvere o cristalli che ti faccia stare sveglio per otto ore e che il giorno dopo non ti dia il mal di testa.
In seguito l'ho consigliato e l'ho regalato, e ieri l'ho riletto. Oggi vorrei provare a scriverne un po'. Non ho sufficienti riferimenti letterari ne' una cultura adeguata a parlarne da un punto di vista colto: sono solo un lettore ossessivo, e leggo un po' di tutto: dalla manualistica ai grandi classici di zio Paperone, ma questo è senz 'altro uno dei libri più belli che abbia mai letto.
Come in ogni storia ben scritta, dentro c'è di tutto. Non è un thriller. Non è un noir. Non è nulla di facilmente catalogabile. E' una storia che potrebbe essere vera, certo. Lo stolido frontespizio ( ancora lui! ) dichiara che quella descritta nel libro è "una realtà che ogni anno inghiotte centinaia di persone", e ovviamente non ha capito un tubo. Dire che questo libro tratta di combattimenti clandestini è come dire che " il ritratto di Dorian Gray" parla di pittura. "Mani Nude" è un crudele romanzo sul genere umano, sull'amore, la bellezza e le gerarchie dei sentimenti; parla contemporaneamente di politica e dell'orrore di diventare grandi. E' un po' romanzo di formazione e un po' studio sociologico. C'è dentro un dieci per cento di Orwell e almeno un cinquanta per cento di Maria de Filippi. Parla dell'adattamento animale e della sopravvivenza della mente e del corpo. Di come tutto è perfettamente accettabile. Descrive il mondo in scala ridotta, descrive la vita e la morte senza giudicarle. Parla di quant'è misero e splendido l'essere umano, e quindi parla di noi.  La trama la conoscete, e sarebbe perfettamente sufficiente a sé stessa; il ritmo della storia è serrato, Paola scrive sempre benissimo, riesce a stupire con colpi di scena e ad essere sempre credibile. Ma dietro quel titolo cretino (ah, come ho goduto quando ho letto che avrebbe voluto chiamarlo "Batiza": è esattamente il nome che avevo pensato anch'io, leggendo il romanzo), dietro quella copertina da videogame, oltre la scritta "thriller" si nasconde una delle più grandi storie mai raccontate. E una delle più tristi. E una delle più vere.



Gianmichele Baroni

Paola Barbato - Mani nude
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mercoledì, 23 luglio 2008 - 19:46

Di persona, Paola Barbato sembra ancora più minuta, e ha il volto di una ragazzina. Eppure è già al suo secondo libro per Rizzoli. Eppure la sua visione del mondo è così noir, da sembrare aldilà del nichilismo. Del resto, da anni è tra gli sceneggiatori di Dylan Dog.
Nata a Milano, profondamente desenzanese e bresciana nell'animo come lei stessa dice, ha presentato nei giorni scorsi all'atelier Kroton di Castiglione il suo «Mani nude». Sono 429 pagine di discesa agli Inferi senza ticket di ritorno. Un romanzo che non è definibile di primo acchito. E' una denuncia sociale? E' una metafora esistenziale? Parlando con lei, scopriamo che «Mani nude» è entrambe le cose.
Paola ha dato vita letteraria a Davide, innocente ragazzino sedicenne rapito per essere immesso nel giro dei combattimenti clandestini e trasformato in un moderno gladiatore. Deve imparare le norme aberranti della lotta all'ultimo sangue: con l'istinto di sopravvivenza, scontro dopo scontro, uccisione dopo uccisione, muore cone Davide e rinasce come «Batiza», suo nickname da lottatore.
«Mani nude ha due piani di lettura -spiega Paola Barbato-. Da un lato, Davide è costretto ad imparare le regole di un ambiente atroce pur di sopravvivere, un ambiente, quello dei combattimenti clandestini, che per noi cosiddetti "normali" è aberrante, anche se in realtà ci comportiamo allo stesso modo. Perchè l'altro piano di lettura è quello che capita a noi tutti i giorni: pensavo ai manager aziendali che per fare carriera  devono imparare presto la legge della jungla, il pugnalare alle spalle, il corrompere la loro spontanea natura per diventare disumani».
Mors tua vita, mea. Ma non solo: lo spunto è l'imprinting ad accettare la violenza, il condizionamento  culturale che rende indifferenti al sangue. Nel 16enne Davide, in questo senso, si possono specchiare molti di noi. «Si nasce in un contesto  che opera su di noi con regole apparentemente normali, ma in realtà spietate. Alla lunga, questo sottile logorramento della nostra purezza si dimostra letale. Il combattimento all'ultimo sangue è una metafora dei nostri costumi».
Dunque niente trionfo dei buoni, niente happy end, solo la violenza di una degenerazione umana completa. Ma forse non irreversibile. Un barlume di umanità e di innocenza si accende di tanto in tanto nel cuore di tenebra dei protagonisti. Una fioca luce di speranza.



M.E.L. - Bresciaoggi

Paola Barbato - Mani nude
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lunedì, 21 luglio 2008 - 21:50
Già Bilico mi era piaciuto molto, ma con Mani Nude siamo vicini alla perfezione..... in questo libro trovi tutto, sentimenti, perchè della vita, fato e destino. Tutto miscelato e scritto con grande capacità di narrazione e coinvolgimento.
 
Se devo trovare un difetto è proprio la copertina....e la pochissima diffusione ed informazione!!!! Con questa copertina si spaventano le persone....io l'ho comprato solo per la fiducia che avevo in Paola Barbato, altrimenti... appena l'ho visto mi son venuti un sacco di dubbi!!!!
 
Sono comunque stato premiato per la fiducia...
 
Simone Cecconi - Firenze
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martedì, 15 luglio 2008 - 10:47

Il migliore.
Questo libro è il migliore che abbia letto.
I perchè si sprecano. Perchè ognuno di noi può facilmente identificarsi con uno dei personaggi. Perchè la trama è tessuta con cinica maestria.  Perchè gli avvenimenti narrati, forse, sono molto più vicini a noi di quanto vogliamo credere. Oppure semplicemente perchè è un romanzo geniale.
Potrei andare avanti all'infinito, con tutti questi "perchè", ma il risultato non cambierebbe. Questo libro è il migliore che abbia letto.



Michele Furlan

Paola Barbato - Mani nude
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lunedì, 14 luglio 2008 - 19:20
Calda, caldissima estate. Umida e attaccaticcia come mai lo è da queste parti. Ma finalmente ho un po’ di respiro, un po’ di tempo per me, per leggere i libri che scelgo io non quelli che negli ultimi due mesi mi sono stati imposti dall’esame di Letteratura inglese. Questo libro a dire il vero mi è venuto incontro grazie ad Ivana e Alessandro che lo hanno letto prima di me e ne parlavano a bassa voce per non svelarmi dettagli mentre ero ancora su James Joyce e Virginia Woolf.
Paradossale che io abbia iniziato a leggerlo senza sapere null’altro che il titolo, Mani nude. E mi sono guardata le mani. Le ho osservate per un po’ pensando che un titolo così poteva aprire un’infinita serie di possibilità. Ma certo non sapevo che entrando al buio in questo libro mi identificavo col suo protagonista molto più di quanto per me sia consueto. Davide Bergamaschi entra nell’oscurità e lì è costretto a muoversi, per vivere. Una tenebra che si dirada poco, lentamente ma mai del tutto e si satura di paura, violenza, dolore e odore di sangue e sudore. L’abilità di sceneggiatrice di Paola Barbato da vita ad un ritmo narrativo incalzante e sorprendente che non offre scelta: le domande di Davide erano le mie domande e le risposte potevo trovarle solo continuando a sfogliare le pagine senza aver mai voglia di staccarmene. Più procedevo nella lettura più mi calavo in questo universo accettandolo come reale perché i piccoli accenni al quotidiano mi facevano vivere nella storia anche se la realtà che emerge già dalle prime pagine non ha nulla a che fare con quanto per tutti noi è comune e rassicurante. Mi ha messa di fronte a una di quelle domande esistenziali dalle quali si tende a fuggire per poter continuare a sentirsi buoni e giusti: cosa farei se mi trovassi a vivere una situazione di questo genere? Sarei capace di uccidere per sopravvivere?
Ma, al di là di tutto ciò, credo che siano tante le sfumature di questo libro che meritano di essere indagate. Prima tra tutte la natura del rapporto vittima-carnefice, ruoli che in Mani nude hanno sempre dei confini nebulosi al punto che è quasi inevitabile affezionarsi a degli assassini, macchine di morte che agiscono a comando. E accorgersi oltretutto che in questo mondo assurdo esistono regole precise e persino un’etica, seppure del male e della violenza.
Se lo dovessi descrivere in una frase direi che Mani nude è una discesa all’inferno. Se ci sia o no la risalita credo che resti al giudizio di chi legge. La mia opinione in questo caso la tengo per me perché alcuni libri, più di altri, non vanno svelati per poter essere letti e vissuti fino all’ultima pagina. Che a volte arriva troppo presto.

Barbara
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